giovedì 26 gennaio 2012

Fashion brand & video : nuovo connubio



Ciao cari lettori... oggi vorrei parlarvi di un modo di fare marketing che molti brand del mondo della moda  stanno adottando sempre più e che a me piace molto.
Ovvero i video online sono diventati una delle forme più valide di engagement, in quanto- se ben progettati- capaci più che mai di coinvolgere gli utenti a far sì che questi condividano con gli amici i contenuti proposti, generando un buzz fondamentale per ogni realtà di bussiness.




Quindi famosi fashion brand, hanno colto l'opportunità sia per aprirsi a nuove fasce di consumatori o semplicemente per un'esigenza competitiva, ed hanno introdotto questo strumento nel loro marketing mix.
In questo modo un tipo di comunicazione prima settorializzata e riservata a target relativamente ristretti (come giornali di moda, mondo digitale, blog tematici) riesce ad arrivare facilmente sugli schermi di migliaia di utenti, che interagiscono su social e piattaforme di condivisione, possono commentare video e quindi promuovere il brand. Pertanto si entra a contatto con un grande bacino di utenti, si entra nel loro mondo "web" e ci si adatta alle regole.
Soprattutto quando si ha a che fare con ambiti sociologicamente rilevanti, come risulta essere quello della moda ( come ho sottolineato in alcuni post precedenti, definibile psicologicamente come tendenza alla differenziazione o al conformismo ) che portano con sè un bagaglio simbolico rilevante, nei confronti dei cui attori si generano forti aspettative di gusto e di valore, oppure maldisposizioni.
Il successo di questi video, non è solo il coinvolgimento emotivo che attivano ma anche il fatto che utilizzino lo strumento più potente alla base della rete: la collettività. 
"Fashion" non significa più , necessariamente, solo "brand". L'opportunità che la rete ha dato agli utenti di esprimersi e di diventare degli "opinion leaders" ha fatto molti proseliti soprattutto nel mondo della moda, ne sono la dimostrazione le fashion blogger nate negli ultimi anni.




www.ninjamarketing.it


mercoledì 25 gennaio 2012

Cosa fare con un Ipad ad una sfilata...





Come suggerito da Lorenzo, uno dei lettori di questo blog, navigando sul sito ninjamarketing ho avuto modo di venire a conoscenza delle 10 migliori iniziative di marketing del 2011 attraverso cui le varie aziende di moda e lusso interessate hanno attirato l'attenzione verso il proprio brand . Tra queste quella che ha suscitato in me maggior stupore è stata quella della maison Burberry, la quale ha invitato un gruppo di clienti a guardare una sfilata dal negozio e acquistare i prodotti tramite ipad, sotto la supervisione degli addetti alle vendite. Un'iniziativa simile era già stata realizzata per il pubblico femminile ma per la prima volta è stata rivolta ad uno maschile. È stata una novità interessante per chi non ha voglia di aspettare per avere i capi più esclusivi.

martedì 24 gennaio 2012

Dalla Cina... Col Moncler


Cari lettori, vorrei rendervi partecipi di una discussione nata qualche sera fa insieme ad un gruppo di amici, ricollegabile agli ultimi post, nei quali trattavo del duplice bisogno dell'uomo di essere unico, ma allo stesso tempo conforme alla massa ed in particolare al gruppo/società di appartenenza.
Una ragazza del gruppo, tornata da un periodo di soggiorno a Shangai, sfoggia un bel piumino blu, del marchio Moncler e ci rende partecipi del fatto che l'ha acquistato in Cina a soli 30 euro.
Da qui prende vita il dibattito: da un lato alcuni sostengono l'acquisto della nostra amica, la quale necessitando di un piumino, afferma che nemmeno alle bancarelle ne avrebbe trovati di così economici e allo stesso tempo carini (il modello da lei indossato nonché contraffatto, in Italia non appare tra i capi a catalogo). Dall'altro lato invece, c'era chi, sostenendo l'importanza del brand, la storia e la qualità di Moncler, non approvava l'acquisto fatto, in quanto capo contraffatto, che imita l'originale, ma che non ha niente a che vedere con esso. 
Girovagando sul sito di Moncler, scopro la dura lotta che il marchio francese sta facendo contro la contraffazione, la quale prevede che tutti i capi possiedano nell'etichetta al loro interno un codice, da inserire nel sito "certilogo.com"per verificarne l'originalità e la collezione di appartenenza. 
I dati alla mano ci fanno capire che il 70% delle merci contraffatte proviene dall'estremo oriente e le immagini che vi riporto mostrano che il ben 56% della contraffazione che riguarda l'Italia, è rappresentata da beni di moda.


Questo discorso è ricollegabile alla "consumer's need for uniqueness" e quindi al fatto che il brand, dal canto suo, tutela il consumatore -"unico"- poichè ha acquistato un capo (non proprio economico) del marchio Moncler , contraddistinto da un codice, il quale rende unico e garantisce all'acquirente di possedere un capo originale, con tutte le caratteristiche ad esso legate.
Allo stesso tempo, questo argomento è anche riconducibile al bisogno dell'uomo di conformismo. La contraffazione dilaga tra italiani, ma anche nel resto del mondo, perchè spesso un capo "di moda", che molte persone indossano, è maggiormente desiderato, ma, specialmente quando si tratta di capi costosi come Moncler, non tutti possono permetterselo o magari possono permetterselo ma per principio non spendono cifre eccessive e quindi preferiscono acquistarlo contraffatto.

www.moncler.com
La contraffazione è made in Cina

Usare i brand per esprimere il sè...


 Per esempio 5 profumi di Dolce & Gabbana,
 impersonificati da 6 top model e
 ognuno di questi profumi ha un significato diverso.
I consumatori compiono scelte ogni minuto del giorno e i ricercatori di marketing cercano di indagare il perché di queste decisioni.
Le persone utilizzano segni e simboli incorporati negli strumenti sociali nella vita di ogni giorno per comunicare il sé (come abbiamo visto per le scarpe di Louboutin). In accordo con Goffman (1959) s’impiegano, infatti, molti atti sociali, come il consumo, con l’intenzione di comunicare il sé agli altri. Per quanto riguarda la moda c’è l’idea che l’identità dei consumatori non consista in un monologo, ma offra molte contraddizioni interpretative e punti di vista che i consumatori combinano per creare e definire il sé (Thompson & Haytko, 1997). Infatti, nei consumi di moda, come in altri tipi di consumi, i soggetti sono continuamente impegnati in un dialogo interpretativo con altri individui che ovviamente influenzano azioni e identità. Dunque, i consumatori negoziano la loro identità.
I consumatori cercano di associare caratteristiche personali alle marche e si rivolgono a queste come se fossero personaggi umani, ciò indica che i consumatori possono avere una relazione con i brand (Fourier, 1998). Più in particolare, è stato dimostrato che il brand è in rapporto attivo col soggetto e i consumi di un determinato marchio contribuiscono al posizionamento di esso, il significato intrinseco è di conseguenza un indicatore della costruzione del sé dei consumatori. Belk sottolinea che la relazione tra persone e possedimenti è più di una relazione bidirezionale, perché anche gli altri possono influenzarla e i soggetti scelgono i prodotti che percepiscono come potenziali fornitori di una personalità desiderabile. Usando i consumi per definire e comunicare agli altri chi sono, il significato dei brand diventa essenziale per i consumatori.



Fournier S. (1998). Consumers and their brands: Developing relationship theory in consumer research. Journal of consumer research, 24, 343–373
Goffman.e, 1959, The presentation of self in every day life. Newyork, doubleday
Thompson, C. J., & Haytko, D. L. (1997). Speaking of fashion: Consumers’ uses of fashion discourses and the appropriation of countervailing cultural meanings.


domenica 22 gennaio 2012

Louboutin VS Yves Saint Laurent


In continuuità con la teoria del need for uniqueness (post del 21/01), vorrei proporvi un dibattito recente, che ha visto due dei più famosi marchi del mondo della moda, scontrarsi addirittura in tribunale per un caratteristica unica del proprio prodotto e che quindi contraddistingue l'unicità delle sue acquirenti.
Un tribunale di New York ha infatti respinto una causa milionaria intentata da Louboutin contro la maison concorrente Yves Saint Laurent, colpevole di aver copiato la storica suola frutto di un'intuizione brillante di anni fa. Quella che a prima vista sembra solo una piccola scaramuccia tra prime donne della moda francese, può invece rivoluzionare l'intero mondo delle calzature. Preoccupate sono per ora le tante fan del marchio. Che temono un'«invasione delle suole rosse».
«La scarpa è una radiografia del comportamento sociale», aveva detto un tempo il designer Christian Louboutin. La (ovvia) conseguenza: una donna che indossa le sue scarpe è «alla moda, ha buon gusto ed ha sempre un portafoglio pieno nella borsetta». Inoltre: «ci tiene a farlo vedere in ogni occasione». Le suole tinte di rosso fuoco sotto le scarpe con i tacchi vertiginosi sono diventate una sorta di simbolo della casa Louboutin e dunque anche uno status symbol. Infatti, se sulle passerelle, in ufficio o per le vie dello shopping luccica di rosso da sotto gli stiletti è subito chiaro a tutte: quelle sono Louboutin originali. «Il rosso vivo non ha altra funzione che quella di far sapere a tutti una cosa sola: quelle là sono le mie», aveva sottolineato il designer francese alla rivista New Yorker. In effetti è da metà degli anni Novanta che il marchio di calzature ha registrato quella specifica suola, arrivando al vero e proprio trademark tre anni fa.
D'ora in poi però le cose potrebbero cambiare e Louboutin vedersi costretto a dividere con gli altri la sua tinta rossa: una corte di New York ha infatti assegnato la vittoria al conterraneo marchio Yves Saint Laurent. Secondo il giudice Victor Marrero della corte distrettuale della Grande Mela, malgrado Louboutin sia universalmente riconosciuto per le suole scarlatte delle sue scarpe non può impedire a Ysl di fare altrettanto. Quest'ultimo aveva infatti inserito quattro modelli di scarpe rivestite con la suola di cuoio rosso nella collezione «Cruise 2011». A inizio anno i vertici della Louboutin avevano perciò chiesto in maniera informale al management di Ysl di sospendere la vendita di quelle calzature. Una richiesta che era stata ignorata e che ha portato ad aprile ad una richiesta di danni pari a 1 milione di dollari. «A differenza di loghi e altri disegni non vi sono diritti per determinati colori», ha spiegato il giudice.

E voi a chi dareste ragione???

Articoli tratti da PAMBIANCOnews  e dal CORRIERE DELLA SERA.

sabato 21 gennaio 2012

Un duplice bisogno dell'uomo...unicità e conformismo


Simmel, uno tra i più importanti studiosi delle origini della moda, afferma che esiste una contraddizione intrinseca all’uomo: la ricerca d’identificazione e conformità (imitazione) e la ricerca d’individualizzazione e distinzione (differenziazione).
Il bisogno di unicità è presente in tutti gli individui e consiste nel desiderio di essere diversi dagli altri, di essere percepiti come speciali e particolari, e non confondersi con la massa. Anche per quest’aspetto dell’identità sono importanti l’abbigliamento e gli accessori; infatti, con l’esclusività di un capo, l’originalità di un abbinamento, la particolarità di un accessorio, ci sentiamo diversi e migliori dagli altri.
Dall’altro lato il soggetto ha il desiderio di uniformarsi e di essere simile agli altri, soprattutto al gruppo di appartenenza e il riconoscimento a membro di tale gruppo porta a scegliere abiti segno di questo legame. Tuttavia, è di fondamentale importanza distinguere l’adesione interiore, cioè quando accettiamo e adottiamo lo stile, la moda del gruppo perché ci piace, dal conformismo, cioè quando l’accettazione deriva dalla pressione reale o immaginaria che si subisce e non dalla condivisione (Pizza P, 2010). Come affermato nell’articolo di Ayalla Ruvio (2008) noi viviamo in “ a mass world”, in un mondo di massa, con una produzione di massa, i mass media e la comunicazione di massa, e in questi ambiti l’influenza gioca un ruolo fondamentale. Ogni cosa che vediamo, tocchiamo e compriamo è disponibile in abbondanza, nella stessa forma per noi e per chiunque intorno a noi (ib.444, 2008). In accordo alla “NFU (need for uniqueness) theory”, cioè la teoria del bisogno di unicità, si sviluppa il costrutto del “consumers’ needfor uniqueness, CNFU ”. Da un estremo di questa teoria molte persone desiderano essere “come chiunque altro”, ma dall’altro estremo vorrebbero essere diverse e distinguersi il più possibile.
Le persone, quindi, valutano costantemente il loro grado di somiglianza o diversità dagli altri. Molte ricerche in questo campo dimostrano che la percezione di alti livelli di similarità o dissimilarità viene percepita come spiacevole e riduce l’autostima dell’individuo (Fromkin, 1970, 1972).

Le persone reagiscono emotivamente e attraverso i loro comportamenti per mantenere un livello moderato di unicità. E voi, cari lettori, cosa ne pensate?? Avete mai provato queste sensazioni??



Ayalla Ruvio (2008) Unique like everybody else?The dual role of consumers’need for uniqueness Psychology & Marketing, Vol 25(5): 444-464
Fromkin, H. L. (1970). The effect of experimentally aroused feelings of undistinctiveness upon valuation of scarce and novel experiences. Journal of personality and social psychology, 16, 521–529
Fromkin, H. L. (1972). Feelings of interpersonal undistinctiveness: An unpleasant affective state. Journal of experimental research in personality, 6, 178–182
Pizza, P (2010) Psicologia sociale della moda. Abbigliamento e identità
Simmel, G , La moda, Editori Riuniti, Roma,1985

giovedì 19 gennaio 2012

"Vesto quindi sono"


Nell’autopresentazione del soggetto coesistono degli elementi involontari, quali il sesso, l’età, la razza, che trasmettono notizie sul suo corpo e sui suoi ruoli; con degli elementi manipolati intenzionalmente che esprimono il modo in cui il soggetto vede se stesso e così vuole che gli altri lo percepiscano (Calabrese M, 1990).

James (1909) distingue tre componenti dinamiche del sé:

Me Materiale: deriva dalla consapevolezza di avere un corpo e degli oggetti;
Me Sociale: deriva dalle immagini che l’individuo presume che gli altri abbiano di lui/ lei, dalle norme, dai valori sociali;
Me Spirituale: le attitudini personali;

Il Me Materiale è fondamentale per quanto riguarda il significato degli oggetti moda, in quanto gli oggetti che possediamo fanno parte della nostra identità e se vengono criticati, ci sentiamo criticati in prima persona, poiché “vesto quindi sono”.
Belk (1988, In Schembri S e Merrilees B) propone la teoria “of the extended self” la quale asserisce, in prospettiva filosofica, che i consumatori sono la somma dei loro possedimenti e l’oggetto è parte del sé. Ahuvia (2005, In Schembri.S e Merrilees.B) sostiene che con l’avvento del postmodernismo si è introdotta la possibilità degli individui di possedere un frammentato e multiplo senso del che esprimiamo anche attraverso diversi stili di abbigliamento. Quindi, il nostro armadio è in stretta relazione alla nostra identità. Separando i diversi stili di abbigliamento, l’armadio ci permette di far emergere l’aspetto del sé che desideriamo in quel momento. Quando la nostra identità cambia, anche il nostro guardaroba cambia di conseguenza e una fase importante di trasformazione è proprio il cambio di stagione, nel quale, come in un rito di passaggio, lasciamo uno dei nostri molteplici sé e ne acquistiamo uno nuovo (Van Gennep, 1985).



Calabrese M (1990). Psicologia della moda, L’abbigliamento come linguaggio
James. W (1909). Principi Di Psicologia. Milano
Schembri, S and Merrilees, B, Brand consumption and narrative of the selfPsychology & Marketing, Vol. 27(6): 623–638 (June 2010)
Van Gennep, (1985). I Riti di passaggio.